mercoledì 4 novembre 2009

Il Ku Klux Klan e l'Italia


Deve forse destare sorpresa, o essere considerata casuale piuttosto che sintomatica di un clima culturale e politico, la notizia che il Ku Klux Klan guardi all'Italia della Lega come a un promettente terreno di reclutamento?

martedì 3 novembre 2009

Crocifisso: Strasburgo, una sentenza basata sul diritto

Prima ancora di qualunque posizione personale sulla materia, e la mia non la nasconderò certamente, è chiaro che la sentenza di Strasburgo è forte. Ed è significativo il fatto che provenga dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo. L’accento è, appunto, sui diritti e non sulla religione e occorre ragionare su questo segnale che ci proviene dall’Europa.


Era stata Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, a portare il caso alla Corte Europea; la donna, fin dal 2002 aveva chiesto all'istituto statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule, ma i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia non erano valsi a nulla. Strasburgo le ha dato ragione, il governo italiano ha presentato ricorso.


A scanso di equivoci, sono convinto che quella di Strasburgo sia una sentenza basata sui diritti di tutti e di ciascuno e che in uno Stato di diritto questa dovrebbe essere la regola. La sentenza sposta il nocciolo della questione dalla tradizione culturale alla tutela delle minoranze. Il crocefisso nella scuola pubblica non deve figurare perché il secondo, e non il primo, è un requisito di una democrazia sana.


L’Italia è un Paese cattolico al 90%. Come John Stuart Mill dovrebbe averci insegnato , l’orientamento della maggioranza è sempre tutelato dal fatto stesso di essere egemone. Ecco perché uno dei compiti fondamentali di una democrazia è la tutela delle minoranze. Il vero problema non dovrebbe essere quello di tutelare la tradizione culturale largamente dominante, che in quanto tale si tutela bene da sola e non è mai a rischio: il problema è come garantire quel 10% che non si riconosce nella religione cattolica.


Questo deve essere il solo significativo problema in uno Stato di diritto; e sebbene sia innegabile che il Cristianesimo abbia un ruolo centrale nella storia europea – nel bene e nel male, aggiungiamo - Strasburgo ha deciso secondo diritto, non secondo deferenza all’opinione maggioritaria. Chiediamoci: cosa vogliamo fare del 10% che in Italia non si riconosce nella religione cattolica? La nostra Costituzione garantisce a questi cittadini esattamente i medesimi diritti degli altri; l’atteggiamento strisciante dell’opinione pubblica, prima ancora che di molta politica, invece non è molto misterioso: si adattino, o non disturbino, o in ultima analisi se ne vadano da un’altra parte. Ma questo non può essere uno Stato di diritto, e non è certamente su queste basi che poggia una democrazia matura. Una concezione basata sul diritto ci suggerisce una considerazione ovvia: l’assenza di un simbolo religioso in classe lascia ciascuno libero di credere in quello che vuole; la presenza di un tale simbolo è invece un’imposizione per chi in quel simbolo non si riconosce. Questa è un’ovvietà in uno Stato di diritto. L’Italia, purtroppo, resta altra cosa.

domenica 18 ottobre 2009

Tangenti italiane ai talebani: molte le testimonianze da ambienti internazionali

É vero che il governo italiano ha pagato tangenti ai talebani per evitare che le nostre truppe subissero attentati? E, se questo è vero, è così illogico pensare che la recente tragica morte di sei militari italiani in Afghanistan, come anche altre perdite che abbiamo subito in quella guerra infinita, potrebbe essere dovuta alla prevedibile inaffidabilità di un simile accordo? Oppure siamo di fronte alle solite accuse orchestrate dai nemici personali del cavaliere, pronti a propagandare qualsiasi falsità pur di gettare discredito sulla reputazione altrimenti cristallina del più grande premier che l’Italia abbia avuto da centocinquant’anni a questa parte?

In ogni caso, il cuore della questione è che quando accuse di questo tipo diventano di dominio pubblico, fondate o meno che siano, un governo serio dovrebbe risponderne in Parlamento.

Secondo il Times, il quotidiano britannico che ha lanciato l’accusa, il governo americano avrebbe “riconosciuto ieri per la prima volta che il pagamento di tangenti ai talebani da parte delle forze italiane in Afghanistan è stato discusso lo scorso anno da funzionari americani e dalle loro controparti italiane”: è quanto scrive l’inviato da Washington Tim Reid in un articolo pubblicato sabato. Nell’articolo si legge inoltre che secondo le dichiarazioni di alcuni funzionari della Nato le lamentele avrebbero preso la forma di una vera e propria rimostranza diplomatica in occasione della visita americana a Roma dello scorso anno. Riferisce inoltre il Times che due giorni dopo la denuncia dello stesso giornale una conferma delle tangenti sarebbe provenuta anche da un comandante talebano e due importanti funzionari afgani, i quali avrebbero anche dichiarato che “le forze italiane hanno preso accordi per evitare attacchi alle loro truppe”.

L’articolo ricorda inoltre la reazione stizzita del governo italiano, per voce del ministro della Difesa Ignazio La Russa, che avrebbe definito le accuse “spazzatura”; eppure, le voci sulle tangenti italiane hanno circolato negli ambienti diplomatici internazionali; il Times ha raccolto la testimonianza di Bruce Riedel, che ha avuto una parte importante nel ripensamento della politica sull’Afghanistan da parte del presidente Obama, anche se attualmente non ha più un ruolo all’interno dell’Amministrazione. Secondo quanto Riedel ha dichiarato al Times, avrebbe “sentito accuse circa i pagamenti italiani nell’ultima settimana di settembre durante un viaggio a Parigi. Un uomo d’affari in stretti rapporti con il governo francese gli avrebbe detto che gli italiani stavano pagando i talebani, ma hanno dimenticato di avvertire i francesi”.

Questa dimenticanza potrebbe per altro essere stata all’origine della morte di dieci soldati francesi per mano di un ampio contingente talebano a Sarobi, a est di Kabul. Le forze francesi erano infatti subentrate a quelle italiane, ma non erano state informate dei pagamenti segreti degli italiani ai comandanti locali per fermare gli attacchi alle loro forze, sottovalutando dunque il livello di rischio.

Riporto di seguito l'articolo nella mia traduzione (ppc)


Gli americani ammettono di aver incalzato gli italiani sulle tangenti ai talebani

Tim Reid su The Times, 17/10/2009

Due giorni dopo la rivelazione del Times che le autorità italiane avrebbero pagato le tangenti, un importante funzionario americano ha confermato che “la questione [dei pagamenti] è stata sollevata con gli italiani”.

Il funzionario non avrebbe né confermato né negato che le rimostranze nei confronti del governo di Silvio Berlusconi sarebbero avvenute nella forma di una protesta diplomatica, ma alcuni funzionari della Nato hanno dichiarato al Times che una lamentela di questa natura è stata fatta dagli americani a Roma lo scorso anno.

Il pagamento della tangenti italiane nell’agosto del 2008 dopo la morte di dieci soldati francesi per mano di un ampio contingente talebano a Sarobi, a est di Kabul. Le forzi francesi erano subentrate a quelle italiane, ma non erano al corrente dei pagamenti segreti degli italiani ai comandanti locali per fermare gli attacchi alle loro forze e hanno dunque sottovalutato il livello di rischio.

Il giorno dopo la denuncia del Times, un comandante talebano e due importanti funzionari afgani hanno anche detto che le forze italiane hanno preso accordi per evitare attacchi alle loro truppe.

Bruce Riedel, che quest’anno ha guidato il ripensamento della politica sull’Afghanistan da parte del presidente Obama e non è più all’interno dell’Amministrazione, ha dichiarato al Times di aver sentito accuse circa i pagamenti italiani nell’ultima settimana di settembre durante un viaggio a Parigi. Un uomo d’affari in stretti rapporti con il governo francese gli avrebbe detto che gli italiani stavano pagando i talebani “ma hanno dimenticato di avvertirci [i francesi]”, ha dichiarato Riedel.

Roma ha respinto la denuncia con irritazione. “Il governo Berlusconi non ha mai autorizzato né ha permesso alcuna forma di pagamento nei confronti di membri degli insorti talebani,” afferma una nota dell’ufficio del primo ministro italiano.

Ignazio La Russa, il ministro della Difesa italiano, ha insistito che le accuse sono assolutamente “spazzatura”. L’opposizione francese, in ogni caso, ha chiesto con urgenza una spiegazione al Parlamento, descrivendo i dettagli come “molto seri”.

Ieri Hervé Morin, il ministro della Difesa francese, ha dichiarato che l’idea che un esercito possa pagare gli insorti talebani per non attaccarli violerebbe la dottrina militare consolidata. Ha aggiunto: “Non ho motivo di mettere in dubbio le parole del governo italiano.”

Anche il Canada è stato costretto a smentire denunce secondo le quali i suoi soldati avrebbero pagato il nemico in Afghanistan per mantenere la pace. Un dispaccio straniero citava una fonte dell’esercito afghano secondo il quale i soldati canadesi nella provincia di Kandahar, nel sud controllato dai talebani, avrebbe effettuato pagamenti agli insorti.

“Non ho sentito di alcun tipo di pagamento che sarebbe stato effettuato dalle nostre truppe allo scopo di rimanere al sicuro” ha dichiarato il tenente-colonnello Chris Lemay, un portavoce del contingente canadese “Con il numero di perdite che abbiamo continuato a subire, se avessimo pagato questi signori non avrebbero certamente mantenuto l’accordo”



sabato 10 ottobre 2009

Nobel per la pace a Obama

Non è che sia proprio d’accordo. Per carità, il nobel per la pace lo hanno dato a personaggi come Henry Kissinger e il progresso mi pare evidente. Obama ha fatto sicuramente delle cose buone e il suo valore storico-simbolico è indiscutibile, ma un simile riconoscimento mi sembra almeno prematuro. Resto per altro convinto che in Europa molto dell’entusiasmo nei confronti di Obama sia in parte frutto di un equivoco. Il neopresidente americano non ha avuto una sola parola da dire sul genocidio dei palestinesi, in linea con i suoi predecessori; e recentemente non ha voluto incontrare il Dalai Lama, in visita negli Stati Uniti, per non far dispiacere alla Cina, che in questo momento è un indispensabile partner finanziario per gli Stati Uniti. In conclusione, Obama ha iniziato un processo di cambiamento anche in politica estera, ma non ha certamente toccato quegli imperialismi strettamente legati agli interessi americani.

Che dire, pragmaticamente lo posso anche capire, ma il contributo reale di Obama al cambiamento degli assetti geopolitici e, in ultima analisi, alla pace nel mondo forse avrebbe richiesto un pò più di tempo per essere valutato. L’equivoco non sta nella valutazione complessiva del significato e, fin qui, dell’operato di Obama, che credo vada comunque riguardato positivamente; ma nell’attesa quasi messianica nei suoi confronti così diffusa, fin dall’inizio, in Europa. L’ equivoco sparirebbe capendo semplicemente che quando Obama dice “Yes we can” non sta parlando ai poveri e agli oppressi del mondo, per quanto possa avere delle ricadute positive anche per loro; sta parlando sempre e solo agli americani. E a chi altro, sennò?

venerdì 9 ottobre 2009

Il continuo richiamo alla volontà popolare mostra l'indole profondamente illiberale del cavaliere

Le recenti, prevedibilissime e ormai sempre più paranoiche accuse del cavaliere, secondo le quali ogni decisione a lui sfavorevole sarebbe il parto di un complotto, della sinistra italiana o internazionale, offrono lo spunto per un ragionamento; occorre dire, in realtà, che la dichiarazione di incostituzionalità del Lodo Alfano ha prima di tutto un significato giuridico. E che, più in generale, l’opposizione al cavaliere non ha, o non dovrebbe avere, un valore personale e non dovrebbe averne nemmeno uno partitico, benché abbia una chiarissima e sacrosanta valenza politica.

Continuo ad essere convinto che, malgrado i molti sforzi strumentali di ridurre tutto a un pronunciamento pro o contro chi si crede il padrone del Paese, l’opposizione al cavaliere non sia o non dovrebbe essere una semplice questione di campanile politico, ma investa profondamente il problema dello statuto della democrazia.

Questa polarizzazione del dibattito, in effetti, è stata ed in parte è ancora uno dei motivi più radicali del successo politico di Silvio Berlusconi: è il naturale manicheismo del cavaliere, che da sempre ha portato nell’agone politico una contrapposizione che lo vedeva come polo dialettico inamovibile, fino a riuscire a trascinare mezza Italia nel suo patologico delirio, convincendo davvero molti dei suoi elettori di essere vittima di un complotto.

Il dimenarsi del cavaliere contro tutto ciò che pare limitare la sua volontà di porsi al di sopra della legge dimostra una volta in più la sua concezione profondamente illiberale delle regole democratiche, sempre compendiata in quell’equivoco richiamo alla volontà popolare: come se il consenso ricevuto dalle urne sia condizione sufficiente dell’esercizio del proprio mandato e della sua democraticità; che le cose non stiano così, l'ho sottolineato più volte, ma non sarà vano ripeterlo ancora. In un’ottica liberale e rispettosa delle fondamentali prerogative democratiche, il consenso popolare è certamente una condizione necessaria di ogni democrazia, ma non è una condizione sufficiente. Anche il nazismo ha tratto inizialmente la sua legittimità dal consenso popolare e l’accostamento non deve apparire inappropriato: qui ha il solo scopo di mostrare, con un argomento che mi pare incontrovertibile, che il consenso popolare non è condizione sufficiente perché una democrazia sia tale. Non a caso l’ascesa del nazismo in Germania offre a questo scopo un’evidenza maggiore che non l’affermazione del fascismo: com’è noto il primo, e non il secondo, è arrivato al potere per via democratica.

Il continuo richiamarsi al consenso popolare per giustificare intrinsecamente il proprio potere va dunque riguardato come un atteggiamento illiberale e quanto mai pericoloso e deve suscitare la più viva preoccupazione non solo a sinistra, ma anche di chiunque, a destra, si riconosca nella tradizione liberale.

mercoledì 7 ottobre 2009

ILLEGITTIMO!!!

Gim Cassano su Spazio Lib-lab

Sarebbe sbagliato vedere nella sentnza della Corte Costituzionale un pronunciamento contro Berlusconi; qualsiasi sentenza non è altro che un fatto giuridico, che astrae dai personaggi che vi sono coinvolti. In questo caso, la Consulta ha ritenuto che la norma in questione violi due articoli della nostra Carta Costituzionale. Che, sino a che non venga modificata sulla base delle procedure stabilite, non può esser sostituita da nessuna prassi e da nessuna Costituzione materiale. Ma questa è materia per giuristi.

Da un punto di vista politico, preoccupano invece le avvisaglie, minacciate da Umberto Bossi, di un cosiddetto “ricorso al popolo”, come se una sentenza che è sfavorevole al Capo del Governo solo in virtù della invereconda commistione di interessi che egli ha creato su di sè ed attorno a sè, di per sè implichi una sorta di colpo di stato. Lo stesso ragionamento si è visto al riguardo della sentenza che ha condannato in sede civile Fininvest a pagare 750 milioni di danni a CIR (pubblicata per esteso su questo sito), e letta come un siluro della magistratura milanese al capo del governo.

Il presidente del consiglio, se ne ricorrono le condizioni, deve poter essere processato, per atti estranei e precedenti all’esercizio delle sue funzioni. Ma una sentenza che sancisce questo principio non va letta come un fatto politico. Il giudizio politico sull’operato del governo, sulla sua inadeguatezza politica e morale è altra cosa, e va dato nelle sedi opportune, sulla base di considerazioni politiche, ad iniziare dalla valutazione sulla responsabilità di aver trascinato il Paese in una gravissima crisi della democrazia e delle sue regole per proteggere e perpetuare all’infinito la commistione di interessi personali, finanziari, e politici che ruota attorno alla figura del presidente del consiglio.

La Consulta a maggioranza: il lodo Alfano è illegittimo


La bocciatura portera' alla riapertura dei processi a carico del premier

Il lodo e' stato bocciato per violazione dell'art.138 della Costituzione, vale a dire l'obbligo di far ricorso a una legge costituzionale - e non ordinaria - per sospendere i processi nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato. Violato anche l'art.3. Per effetto della decisione saranno riaperti i 2 processi a carico di Berlusconi per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset

(Ansa)