lunedì 16 gennaio 2012

sabato 17 dicembre 2011

Il razzismo si sconfigge creando le premesse per l'inclusione

L’assassinio di Mor Diop e Modou Samb a Firenze e l’incendio appiccato al campo rom della Cascina Continassa, a Torino, sono soltanto gli ultimi tragici capitoli di quel razzismo diffuso che non è possibile imputare semplicemente alla cattiva politica. Sarebbe riduttivo persino nel caso, il primo, del gesto di un isolato, con legami in parte da chiarire con l’estrema destra; e lo sarebbe a maggior ragione nel caso, il secondo, di una folla inferocita indirizzata, dalla falsa confessione di una violenza sessuale di una ragazzina,verso un bersaglio considerato evidentemente credibile, per essere già posizionato in un punto preciso dell’immaginario.


Venuta meno una maggioranza illiberale che ha fatto della violenta campagna d’odio contro i romeni, e della xenofobia in generale, i fulcri dei suoi successi elettorali, non è evidentemente con ciò venuto meno il razzismo come problema. L’odio seminato e, ove è stato possibile, tramutato in legge dello Stato, non manca di continuare a produrre i suoi frutti marci.

Ma sarebbe un errore pensare che la colpa sia solo della cattiva politica, perché il cancro del razzismo alligna nel senso comune. Prima ancora che nelle fiamme appiccate ad un campo rom, immagine purtroppo non inedita in Italia; prima ancora che nella banalità del male incarnata in un balordo che una mattina falcidia due vite a caso; prima ancora che in qualunque altro gesto di razzismo esplicito, il razzismo è già pienamente leggibile, per esempio, nell’appellativo di “extracomunitari” che in troppi utilizzano per designare i cittadini di nazionalità romena, comunitari non da ieri ma dal 2007.

Berlusconismo e leghismo non hanno creato il razzismo, lo hanno, semmai, strumentalmente cavalcato, amplificato, reso pensiero autorizzato, sdoganandolo come oggetto d’opinione. Come se il razzismo fosse un punto di vista come un altro e non una vergogna.

Il danno che la cattiva politica può fare è incalcolabile. Per un’intera stagione politica, mille Gianluca Casseri si sono sentiti legittimati, laddove un paese pienamente civile e democratico si sforza di tenerli ai margini, non cessando di indicare un’altra idea della società e della convivenza civile.

Tra politica e società esiste un rapporto complesso. La politica ha un ruolo fondamentale in quanto, tra l’altro, può valorizzare e promuovere le energie migliori di un paese o, viceversa, frustrarle e far leva sugli istinti peggiori. Purtroppo in Italia, e più manifestamente dal 2008 in poi, si è verificato il secondo caso.

Alla situazione che vivono i cittadini di etnia rom, poi, si dovrebbe dedicare un ampio capitolo a parte. È ancora al senso comune che occorre rivolgersi, prima che altrove, per trovare le radici della discriminazione. Anche molti sedicenti non razzisti pensano che, sì certo, non è giusto dare alle fiamme un campo rom, ci mancherebbe, ma come negare che i rom siano un problema. L’opinione che esista una “questione rom” è innegabilmente diffusa, se non altro nella forma della tacita accettazione di tale idea. Lo dimostra il fatto che l’espressione “questione rom” è adottata disinvoltamente anche da molta informazione, come ha fatto notare Daniele Sensi. L’Europa di inizio Novecento era imbevuta di dottrine antisemite, e anche allora non pochi sedicenti non razzisti erano convinti che gli ebrei rappresentassero in fondo un problema, insomma che esistesse una “questione ebraica”. Qualche decennio dopo, qualcuno si premurò di fornire la “soluzione”.

In Italia un problema sicuro esiste, affligge gli immigrati e si chiama razzismo. Quello palese, cui troppo a lungo abbiamo assistito impotenti. E quello latente, che di quello palese è sempre la premessa, e si nutre di ignoranza diffusa, non meno che dell’indifferenza dei più.

Ora, finita una stagione di governo nella quale la xenofobia è stata al suo posto tra gli ingranaggi della macchina del consenso, sarebbe davvero tempo di affrontare il problema alla radice. Io credo che questo potrebbe farlo soltanto una sinistra consapevole, capace di esprimere una visione e di governare – e sia chiaro che al momento una tale sinistra, all’orizzonte, non c’è.

Eppure le indicazioni sulla via da intraprendere non mancherebbero, un segnale forte e chiaro sulla necessità di mettere in cima all’agenda politica inclusione ed integrazione è provenuto dal presidente delle Repubblica Giorgio Napolitano, e anche la creazione di un ministero per l’integrazione va in una direzione, in linea di principio, del tutto desiderabile.

Ma occorre reimpostare l’intera problematica risolutamente in termini di cittadinanza e diritti, lavorando, quindi, su quelle condizioni che rendono possibile l’inclusione a cominciare, per esempio, da un dispositivo efficiente per l’apprendimento dell’italiano, che in Italia manca ed è sempre mancato, al netto delle aberrazioni leghiste. In generale, si tratta si promuovere l’inclusione sociale ancorandola saldamente al diritto, che è cosa ben diversa dal lasciare che degli immigrati si occupino, come in molti casi avviene, per lo più le associazioni di volontariato o le organizzazioni religiose. La sinistra dovrebbe farsi carico di questo compito con un’organicità ben diversa da quella che fin qui ha saputo esprimere. Non possono bastare generiche prese di posizione, dichiarazioni d’intenti o incoraggiamenti. Il problema del razzismo non può essere additato solo quando esplode in tutta la sua violenza, bisogna rimuoverne le cause profonde, lavorare ai nodi strutturali mai veramente affrontati, creare le condizioni per l’integrazione e l’inclusione. Per ora, un governo di estrazione democristiana ha già dato, su questo tema, e in poco tempo, segnali che a sinistra dovrebbero suscitare qualche imbarazzo e contribuire ad avviare una riflessione su quanto poco in fondo si sia fatto. Anche quando si poteva.

martedì 6 dicembre 2011

Ocse: In Italia sale divario sociale

Secondo il quadro tracciato dall'Ocse, in un rapporto su crisi e diseguaglianze economiche appena pubblicato, in Italia aumenta il gap tra ricchi e poveri, il reddito si accentra sempre più nelle mani delle fasce più elevate e la mobilità sociale zoppica. Il salario medio del 10% più ricco nel nostro Paese, calcola l'organizzazione parigina, è oltre dieci volte quello del 10% più povero, 49.300 euro contro 4.877, e il divario è aumentato rispetto agli anni Novanta, quando il rapporto era di 8 a 1. La colpa sarebbe in gran parte delle dinamiche del mondo del lavoro italiano degli ultimi decenni, con l'aumento degli impieghi atipici o precari.

Secondo Stefano Scarpetta, vicedirettore della sezione Lavoro e politiche sociali dell'Ocse, "Negli ultimi anni l'occupazione è aumentata, ma i nuovi posti di lavoro, soprattutto per i giovani, sono in gran parte di basso livello: bassa produttività, basso salario e poche prospettive di carriera. Il contratto a termine non è più un trampolino di lancio, ma una trappola in cui i giovani restano bloccati, senza riuscire ad accedere a posizioni economicamente migliori". Ha però inciso anche la riduzione della capacità dei servizi sociali, come la scuola e la sanità, di aiutare i nuclei familiari più in difficoltà, attenuando i problemi legati al livello di reddito più basso, e di stimolare la mobilità sociale, che nel nostro Paese, dice ancora Scarpetta, è "scarsissima". Poveri sempre più poveri, dunque, ma soprattutto ricchi sempre più ricchi. La quota di reddito nazionale controllata dell'1% più benestante della popolazione italiana è infatti aumentata dal 7% del 1980 al 10% nel 2008, e quella in mano allo 0,1% più ricco ("circa 60.000 persone") è passata dall'1,8% al 2,6%. Una crescente polarizzazione del reddito, in cui anche le scelte matrimoniali giocano un ruolo: "In Italia, come in altri Paesi occidentali, i ricchi si sposano con i ricchi", spiega ancora Scarpetta, "e spesso il professore si sposa con il professore, il medico con il medico e così via". Così, le nozze diventano un ulteriore fattore di accentramento della ricchezza nelle mani di alcune fasce minoritarie della popolazione, e di riduzione della mobilità sociale. La possibile soluzione a questi problemi, secondo l'Ocse, sta in primo luogo in un intervento sul mercato del lavoro, con la creazione di "posti qualitativamente e quantitativamente migliori, che offrano buone prospettive di carriera e la possibilità concreta di sfuggire alla povertà". Ma anche in una revisione del sistema fiscale, che vada a colpire in modo più mirato i super-ricchi, in modo che "contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi. (ANSA)

lunedì 5 dicembre 2011

L’ora del rigore. Aspettiamo l’equità. E la sinistra.

Ho scritto che al governo Monti non esisteva un’alternativa reale e che andava dunque sostenuto criticamente – e specialmente da parte del PD aggiungo anche dialetticamente, senza appiattirsi sulle posizioni del governo, per farne emergere una propria identità più decisa rispetto a quanto è fin qui accaduto e contribuire a preparare una nuova stagione politica; e che andava valutato senza pregiudizi, in base a quello che avrebbe concretamente fatto. Avevo anche aggiunto, pur argomentando a favore della necessità di sostenere questo esecutivo, che l’equità era davvero la chiave perché in mancanza dell’equità delle misure, e inoltre di una chiara percezione di tale equità, non c’è sacrificio accettabile. E premesso che i primi segnali mi erano parsi incoraggianti credo che ora, dopo il varo della manovra, si possa e si debba provare a dire qualcosa. Metto insieme qualche considerazione non sistematica.

Evasione fiscale. “Viene attuato un pacchetto antievasione che prevede il divieto di uso del contante per pagamenti superiori ai 1000 euro”. Apprezziamo il’impegno, ma Il limite di 1000 euro per i pagamenti cash, è palesemente inutile, non scalfisce, per esempio, l’evasione di intere categorie di iberi professionisti che non rilasciano fattura nemmeno sotto tortura. Il provvedimento appare velleitario, nel migliore dei casi poco incisivo. Bene la “tassa di lusso” che colpirà le auto di potenza superiore ai 170 chilowatt, mentre le barche sopra i 10 metri pagheranno una tassa di stazionamento giornaliera e gli aerei privati saranno tassati in base al peso. Benino anche l’una tantum con una aliquota dell’1,5% a carico dei capitali “scudati”, cioè rientrati in Italia con lo scudo fiscale. Dico benino perché il 10% sarebbe stato meglio ancora.

Parliamoci chiaro, tutto considerato è pochino, le maggiori voci di introito saranno evidentemente quelle derivanti dalla previdenza, dai piccoli risparmi, dalla reintroduzione dell’ICI (ora IMU) sulla prima casa.

Lavoro e pensioni. Premetto che in linea di principio non mi scandalizzerebbe andare in pensione due anni dopo piuttosto che due anni prima, perché mi pare che il punto sia come si arriva alla pensione (in tutti i sensi), ma nel contesto italiano il progressivo aumento dell’età pensionabile combinato al passaggio al contributivo per tutti è drammatico, ed è molto avvilente per un’intera generazione, la mia (e stendo un velo pietoso su quelle dopo di me) che a causa delle enormi difficoltà di accesso al mondo del lavoro ha iniziato a versare i contributi molto tardi. A ciò si aggiungano le condizioni contrattuali capestro che sempre più hanno consentito alle aziende, per esempio di ampi settori del terziario, di versare contributi ridicoli e di non riconoscere di fatto ai fini contributivi, se non in minima parte, l’effettivo lavoro svolto da eserciti di lavoratori “flessibili”, in realtà dipendenti di fatto ma il cui rapporto di lavoro dipendente viene camuffato con contratti di collaborazione occasionale e non continuativa. Si tratta del variegato mondo del terziario – e di modalità e condizioni di lavoro non eccezionali ma prevalenti – che mi pare anche troppi dirigenti della sinistra abbiano sistematicamente misconosciuto, dimostrando di non saper trarre le conseguenze del dato di fatto che nella società post-industriale l’iniquità si annida anche, forse soprattutto qui, che il conflitto tra capitale e lavoro si è spostato dalla fabbrica come luogo esclusivo o prevalente ad altre realtà. Sono senz’altro problemi strutturali, frutto di decenni di politiche sconsiderate che come un vortice hanno risucchiato ogni legittima speranza di futuro. La sinistra, proprio la sinistra, in tutto questo ha colpe eclatanti, per essere stata, secondo i casi, o troppo condiscendente nei confronti dei dogmi del neoliberismo oppure, per altro verso, rinchiusa in schemi vecchi, vecchissimi, incapaci di cogliere, o anche solo vedere, le trasformazioni della società e del lavoro. Tra questi due errori opposti e speculari, ha sempre mancato l’appuntamento con la realtà.

E Monti, che di sinistra non è, poteva fare di più? Non lo so, ma certamente, messa la pezza e mandata giù la medicina, occorre una visione, che i problemi strutturali del paese sappia finalmente affrontarli. A sinistra e da sinistra. Per oggi, possiamo dire di vedere con chiarezza il rigore, quanto alla promessa equità, restiamo in attesa.

mercoledì 30 novembre 2011

Lo storico Revelli: Italia a rischio Weimar

Analisi centratissima di Marco Revelli intervistato da Donatella Coccoli per Left.


Il pericolo è che da un lato il Pd si sdrai sulle posizioni del governo e che dall’altro una parte della sinistra si sciolga in uno sterile neopopulismo anticapitalistico. Sarebbe una tragedia. Eppure il governo Monti è il male minore.

(…) Supposto che la squadra di tecnocrati guidata da Monti ci faccia guadagnare un po’ di tempo, questo dovrebbe essere considerato da tutta la sinistra una “grazia ricevuta”. Potrebbe rappresentare una possibilità di riconfigurare il proprio cervello e la propria azione a livello delle sfide del tempo. Questo sarebbe auspicabile in primo luogo ponendosi in ascolto. Perché c’è un popolo di sinistra che ha parlato in tutti questi anni e che nessuno ha ascoltato, sono stati i 27 milioni di italiani che hanno votato al referendum per i beni comuni, oppure quelli che hanno lottato contro la Tav in Val di Susa, quelli che hanno votato per Pisapia e De Magistris, candidati non scelti dagli apparati. Se sapranno ascoltarlo, c’è qualche speranza. Io però sono un pessimista.

(…) In particolare ho il terrore di due cose. Una è che il Pd si faccia influenzare verso l’alto, identificandosi con la politica di governo invece di utilizzare il tempo guadagnato per ridefinire una propria cultura. E poi temo che un pezzo di sinistra vada a finire nel populismo dei complotti, della congiura massonico, plutocratica, globale, eccetera. Se si confrontassero un’élite tecnocratica da una parte e un tumulto di populismi confusi e carichi di risentimento, dall’altra, sarebbe davvero Weimar.

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lunedì 21 novembre 2011

Sacrifici, ma con giudizio

Nelle attuali drammatiche circostanze determinate dalle dinamiche dei mercati finanziari, quanti hanno responsabilità istituzionali fanno bene a sostenere il governo Monti. Si tratta di un voto che non è esagerato definire patriottico. Aggettivo che va usato con misura, tanto più se si attribuisce un alto valore al concetto di Patria, al netto di ogni retorica.
Per mia fortuna, non ho responsabilità istituzionali. Scrivo “per mia fortuna”, perché non è certo invidiabile la condizione di chi, operando con onestà di intenti, si trovi a fronteggiare una situazione tanto difficile. Il rischio oggi è troppo alto perché si possano volere incarichi di governo per semplice vanità personale. Ci vuole autentico coraggio morale. Serve una genuina volontà di servire il Paese, le sue istituzioni, i suoi cittadini. Per queste considerazioni ritengo doveroso ringraziare il senatore prof. Monti e tutti i suoi ministri per il fardello che si sono caricati sulle spalle.
Mentre quanti hanno responsabilità istituzionali fanno il loro mestiere — e speriamo che lo facciano bene — i liberi intellettuali, ossia coloro che sono abituati a pensare in pubblico e non sono a servizio di alcun partito politico, devono anche loro fare il proprio mestiere, che è completamente diverso.
Il politico responsabile opera nel mondo qual è, ne accetta le logiche, cerca di fare il meglio possibile, ma nei limiti delle compatibilità date. Il libero intellettuale, invece, mette in discussione il mondo qual è; mette in luce le cose che non gli sembrano razionali, s’interroga su possibili soluzioni organizzative anche radicalmente differenti rispetto all’esistente.

Interessante articolo di Livio Ghersi su Spazio lib-lab.

Improbabili golpisti ed eversori noti

Sebbene il neo insediato governo Monti goda di una larga approvazione, la sua formazione è stata accompagnata, in Italia e all’estero, da non poche riserve, alcune almeno in parte condivisibili, altre tali da suscitare perplessità e tuttavia rivelatrici di un umore diffuso. Tra queste ultime vanno annoverate l’idea che tale esecutivo comporti una presunta “sospensione della democrazia”, e l’ancor più presunto complotto ai nostri danni da parte di ambienti della finanza internazionale. Credo che queste obiezioni e preoccupazioni siano tanto estese quanto fuorvianti, perché rischiano concretamente di non far vedere non solo motivi di apprensione più realistici e pertinenti, ma anche da dove venga il vero pericolo, e meritino quindi di essere brevemente confutate.

Cominciamo dalla prima, la presunta sospensione della democrazia. Questo evidentemente non è un governo eletto, non lo è perché è un governo di salvezza nazionale, cionondimeno è un’opzione giuridicamente e costituzionalmente prevista, quando cade un governo: il presidente della Repubblica verifica se esistono le condizioni per formarne uno nuovo.

Anche al di là del diritto costituzionale, mi sembra paradossale parlare di sospensione delle democrazia proprio quando usciamo dall’esperienza del berlusconismo di governo, che rappresenta il periodo di più prolungata sospensione della democrazia, o comunque di sua forte sofferenza, nella nostra storia recente. Eppure è questo il modo in cui è stato accolto il governo Monti anche da osservatori autorevoli, in Italia e all’estero.

Per esempio dall’Independent, che venerdì, in un articolo a firma Stephen Foley sosteneva che “facendo imporre le regole da tecnocrati non eletti, essa [l’Italia] ha sospeso le normali regole democratiche, e forse la democrazia stessa.”

Eppure né Sthephen Foley né l’Independent dovrebbero ignorare che l’Italia è una democrazia parlamentare e che l’iter che ha portato alla formazione del governo Monti non ricade certamente al di fuori delle regole democratiche.

Anche in Italia si è sollevato un coro di proteste per il mancato ricorso al voto popolare. Personalmente non ho dubbi che le elezioni anticipate sarebbe state l’opzione più desiderabile, se non fosse stato per il concorso di due motivi decisivi: 1) avrebbe richiesto dei tempi che non ci potevamo (più) permettere; 2) comunque, non con questa legge elettorale.

Ma un conto è dire questo, altro è sollevare un problema di legittimità del nuovo governo; una linea priva di fondamento, che tuttavia è abbracciata anche da osservatori colti e di tutto rispetto, come Piergiorgio Odifreddi, che su Repubblica, dopo la nomina di Monti a senatore a vita, descriveva un eventuale governo Monti come “un esautoramento della volontà popolare, visto che Monti avrà anche ricevuto nomine governative e presidenziali, ma certo non è mai stato eletto dagli elettori”.

Ma a chi giova in definitiva, in questo momento di emergenza nazionale, parlare di “sospensione della democrazia”, come fa l’Independent, o di “esautoramento della volontà popolare”, come fa Odiffredi, ed entrambi facendosi interpreti di un sentire diffuso, se non a Silvio Berlusconi?

Esistono ovviamente dei motivi di perplessità leciti e legittimi nei confronti di questo governo, che però rischia di essere indebolito sul nascere per motivi meno pertinenti e meno legittimi. L’altra ragione di diffidenza, che non è espressa soltanto dalla Lega, trova una sintesi nella definizione di “governo dei banchieri”, e raggiunge il parossismo con l’idea che tale governo sarebbe il risultato di un presunto complotto ai nostri danni da parte di ambienti della finanza internazionale, teso ad instaurare il Nuovo Ordine Mondiale. Questa teoria della cospirazione non meriterebbe evidentemente nemmeno di essere citata, se non fosse che ad esprimerla non è soltanto la Lega bensì, anche in questo caso, persone (apparentemente) provviste del lume della ragione. A questa sciocchezza fantapolitica lo stesso neopremier Monti ha risposto con l’ironia che merita, ma il fatto che abbia ritenuto di prendere espressamente posizione al riguardo dinnanzi al Senato mostra quanto sia diffusa tale preoccupazione. La teoria della cospirazione in circolazione, che non diversamente da ogni altra teoria della cospirazione prende degli elementi di verità per organizzarli a sostegno di un diabolico disegno, non è che una riedizione della teoria del complotto demo-pluto-giudaico-massonico che dopo la crisi del ’29 servì all’ascesa di Hitler. A buon intenditor.

Se l’insistenza sulla presunta sospensione della democrazia giova a Berlusconi, a chi giova dunque la versione odierna della teoria della cospirazione, se non alla Lega?

Sebbene sia nelle cose che molte delle misure adottate da questo governo saranno eterodirette e verranno di fatto imposte dalla BCE e dal FMI (il che, intendiamoci, non sarà piacevole, ma del resto è a questo che siamo arrivati), penso davvero che come accade nei momenti di massima emergenza questo governo, che ha un’elevata caratura tecnica e non ha nulla di golpista, si lascerà guidare da una dose massiccia di buon senso. È inutile dire che questa deve suonare come una grande notizia non appena si faccia un semplice e sommario raffronto con il governo uscente, dove il buon senso era uno dei grandi assenti, insieme a competenze, decoro e rispetto delle istituzioni.

Non si sottovalutino i rischi insiti in questa fase delicatissima, e si sostenga, seppur su posizioni debitamente critiche, questo governo. Perché mentre in troppi si raffigurano dei golpisti immaginari, i soli eversori certificati sono sempre gli stessi, non sono oggi meno pericolosi di ieri e renderanno sia dall’interno (gli oltranzisti del Pdl) che dall’opposizione (Lega) la vita molto difficile al nuovo esecutivo. Che, ci piaccia o no, è l’ultima spiaggia.