domenica 28 settembre 2008

La mediocrità carismatica


Dal punto di vista della comunicazione, politica ma non solo, l'epoca che stiamo vivendo ha segnato senza ombra di dubbio il trionfo assoluto della mediocrità. Possiamo continuare a sorprenderci degli esiti, ma il fenomeno in sé non è affatto sorprendente: le sue origini coincidono con l’inizio della società di massa.

La teoria del carisma, elaborata da Max Weber e capace di ispirare successive interpretazioni critiche sull’affermazione dei totalitarismi, si presta molto bene a spiegare anche una quantità di altri fenomeni legati alla comunicazione nelle democrazie: dall’uso della demagogia in politica, alle leggi che regolano la fruizione artistica, ai reality show.

In tutti i casi, rimane vero un assunto irremovibile della mediocrità trionfante: tendenzialmente, chi ha qualcosa da dire non è davvero molto interessante. Prima di tutto perché ascoltarlo costa fatica. In secondo luogo perché oltretutto dà fastidio.

Nel momento in cui l’allargamento delle possibilità di benessere e di ascesa sociale si sono incontrate con le leggi imperanti del mercato, amplificate e cavalcate dalla comunicazione dei media, si è prodotto un corto circuito culturale di vastissime proporzioni.

Dal punto di vista mediatico, questo fenomeno, del quale i vari reality show non costituiscono altro che l’estrema propaggine, era in realtà già visibilissimo almeno un cinquantennio orsono. Recentemente mi è capitato di rileggere “Diario minimo” di Umberto Eco. La maggior parte dei saggi di questo volume è stata composta negli anni Sessanta, quando i reality non avevano ancora incontrato un largo successo di pubblico. Ma un saggio come “Fenomenologia di Mike Bongiorno” ha il pregio indiscutibile di cogliere un fenomeno sul suo nascere. Questo fenomeno è il trionfo indiscusso della mediocrità: la TV non offre, come ideale cui immedesimarsi, il superman o l’everyman. La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio.

Nella più generale banalizzazione delle aspirazioni e dei comportamenti, la comunicazione dei media, che è la più pervasiva, ha imposto i suoi canoni populistici anche alla politica, all’arte, alla cultura in generale. Così anche una buona fetta dell’editoria, esattamente come la televisione, è volta a soddisfare il naturale voyeurismo dell’uomo medio, oppure a dargli in pasto escatologie semplificate che possano colmare la sua quota di ansia esistenziale, senza dargli in cambio il penoso incomodo di esercitare il pensiero critico.

Con l’ingresso sulla scena dei mezzi di comunicazione di massa, la mediocrità diventa medietà, termine che conserva la vecchia accezione, aggiungendovi quella mediatica.

È quindi inevitabile che i massimi vantaggi dell’inarrestabile espansione della mediocrità li abbia raccolti la politica. In effetti, per molti aspetti è corretto dire che Berlusconi sta alla politica italiana come Mike Bongiorno è stato alla televisione. Berlusconi è la massima incarnazione della mediocrità in politica. Qualunque mediocre vi si può facilmente riconoscere. Non si fa scrupolo di esibire i suoi vizi privati, sforzandosi in compenso di minimizzarli, di lasciar intendere che sono i vizi di tutti, fornendo così all’uomo medio la più facile delle identificazioni. In quest’ottica le sue gaffe sono sempre presentate come innocue e dunque perdonabili, proprio come quelle che hanno reso celebre il Mike nazionale.

La sua mancanza di una specifica preparazione politica, il linguaggio semplificato, dunque, è sempre stata per lui, fin dagli esordi sulla scena politica, un vantaggio, perché lo ha reso facilmente comprensibile. La mediocrità carismatica gli ha permesso di costruire il suo progetto politico-mediatico, dopo aver completato il processo di annullamento dell’elettore nello spettatore. Una volta compiuta questa identificazione di massima, una volta che è stato sfumato, fin quasi a scomparire, il confine tra realtà e finzione, allora tutto è possibile.

È possibile, per esempio, trasformare la politica in un gigantesco baraccone mediatico che si autogiustifica. Dove le regole le decide il presentatore e dove l’autore, promosso a guardasigilli, si limita ad eseguire, senza mai contraddirlo. Dove il pubblico degli elettori-spettatori approva e al posto delle vallette, per il suo sollazzo, ci sono le ministre. Dove l’interesse personale è costantemente presentato come bene pubblico, grazie al travestimento demagogico di ipocriti toni pseudo-nazionalistici. Uno spettacolo che però riesce sempre meno a camuffare le reali intenzioni e dove non tutto riesce secondo i piani.

Come Mike Bongiorno, anche il Cavaliere va letto anzi tutto come fenomeno. Berlusconi non è, all’origine, un problema politico, perché non ha alcuno spessore politico. Il vero problema filosofico-politico dell’Italia dell’ultimo quindicennio è la crisi vocazionale della sinistra, che ha lasciato campo libero al berlusconismo.

Ma anche dando uno sguardo al di fuori dell’Italia si troveranno ai vertici del sistema politico degli straordinari esempi di mediocrità. Gli Stati Uniti, al solito, hanno fatto da apripista. Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti per due mandati consecutivi, dal 1981 al 1989, ha incarnato per primo il prototipo dell’ormai indissolubile connubio tra televisione e politica. E George W. Bush, con la sua rude tipicità texana, ha saputo parlare un linguaggio più comprensibile dei suoi avversari. È stata solo l’evidenza, il palese fallimento strategico a incrinare la sua immagine, molto più che gli oppositori.

E anche l’incessante martellamento sulla sicurezza e la criminalizzazione dell’immigrazione, che in tutta Europa sta riempiendo i serbatoi elettorali delle destre radicali, può fornire una prova ulteriore che spesso in politica l’argomentazione più semplice, anche se gretta, è quella più persuasiva.

Si intenderebbe male la teoria del carisma di Weber, se la si collegasse necessariamente a una qualche forma di eccellenza. All’opposto, e nelle democrazie demagogiche in particolare, il carisma è intimamente connesso alla mediocrità, perché sono le masse a muovere il mondo. I tratti da esibire sono dunque quelli comprensibili ai più e per lo più, in una incessante rincorsa alla media al ribasso che produce il consenso.

Ma la storia, quella passata e quella che si sta facendo, mostra anche che chi cavalca l’umore delle masse prima o poi è chiamato, impietosamente, a renderne conto.

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