
Il dato su cui riflettere non è l’impennata del mercato della prostituzione su internet, quanto l’inefficacia di un provvedimento dall’inevitabile sapore demagogico. Non tanto per i suoi contenuti, che come abbiamo rilevato potrebbero essere condivisibili, quanto per l’orizzonte culturale entro cui si colloca. Il sospetto, e anche qualcosa in più, nasce mettendo a sistema le politiche della maggioranza in campi diversi, ma unificate da una medesima tendenza a nascondere la polvere sotto il tappeto. Con esiti più o meno immediatamente visibili sul breve termine, ma sempre disastrosi: il grembiule a scuola, lo sgombero dei campi rom, le prostitute via dalle strade, la criminalizzazione degli immigrati.
Il vessillo da esibire è la riduzione della prostituzione sulle strade, poco male se il problema vero (lo sfruttamento della prostituzione) nella sostanza rimane tale e quale. L’apparenza vale molto di più, si traduce in un immediato ritorno d’immagine, genera consenso.
Il problema di una classe politica che evita costantemente di affrontare i problemi, offrendo rimedi demagogici e che pure sembrerebbe godere di un largo consenso, non deve essere sottovalutato.
Quando gli americani giunsero a Baghdad, ricordo di aver letto che le prostitute tornarono a comparire per le strade della città. Non che prima non ci fossero. Ma si dovevano nascondere, perché sotto il regime di Saddam Hussein rischiavano la decapitazione.
Le democrazie demagogiche non usano metodi così sbrigativi, ma hanno questo in comune con le dittature: uno zelante moralismo, che porta, tra le altre cose, a ridurre le problematiche sociali a questioni di degrado urbano.
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